Residui d’un tempo accelerato
Vive e lavora ad Arezzo, dove è Presidente dell’Associazione Fotografica Imago e coordinatore della biennale internazionale “Arezzo & Fotografia”. Figura cardine nella ricerca sulle “nuove antiche tecniche” di stampa, ha codificato il dialogo tra analogico e digitale nel suo volume Dalla lastra di vetro al negativo digitale (2012). La sua pratica si distingue per un approccio totale al mezzo fotografico, che spazia dalla progettazione di repliche di banchi ottici di fine Ottocento per ferrotipi, fino alla creazione artigianale di carta da fibre di cotone, curando ogni fase della genesi dell’opera. Esperto certificato Digigraphie® Epson, Losco utilizza il linguaggio della materia per evocare atmosfere sospese e silenziose. Le sue opere, esposte in Italia e all’estero, si offrono come frammenti di una narrazione dove la memoria e la spiritualità del paesaggio e del volto emergono attraverso la lentezza del processo artigianale. La sua estetica, pur radicata nel rigore tecnico, si apre a una dimensione onirica che invita lo sguardo a soffermarsi sul mistero dell’immagine rivelata.
Nell’era della simultaneità digitale e della dematerializzazione dei legami, cosa sopravvive al flusso costante dell’accelerazione? Residui d’un tempo accelerato è un’installazione scultorea racchiusa all’interno di una vecchia valigia di cartone, metafora e custode di una memoria nomade, fragile e frammentata. L’opera rifiuta la bidimensionalità per espandersi nello spazio attraverso una struttura stratificata. Frammenti visivi — un ritratto di famiglia distorto, mani che si stringono e si separano, chiavi e ingranaggi — impressi su livelli trasparenti sospesi. Il blu di Prussia, storicamente legato alla riproducibilità tecnica, non agisce qui come semplice colore, ma come un reagente concettuale: è l’archeologia chimica che tenta di congelare l’ombra di un legame prima che svanisca. L’immagine si ricompone solo attraverso lo sguardo frontale del visitatore, per poi decomporsi e sgranarsi non appena ci si sposta. L’installazione diventa così un’indagine visiva sull’identità e sulla memoria ecologica degli oggetti: un invito a rallentare di fronte a un archivio di “residui”. Che cosa realmente resta di noi quando tutto accelera?